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Václav Klaus: L’offensiva dei clima-allarmisti 2019 nasce da motivazioni esclusivamente politiche

Pagine Italiane, 23. 10. 2019

È da moltissimo tempo che alcuni di noi cercano di contrastare l’allarmismo climatico irrazionale, populista e chiaramente non-scientifico. Alcuni di noi ci si stanno impegnando da anni, alcuni perfino da decenni. Nel discorso che tenni qui ad Erice nel 2012 dissi: “questa dottrina, in quanto insieme di credenze, costituisce  un’ideologia, se non addirittura una religione. Vive indipendente-mente dalla scienza climatologica. Le sue dispute non riguardano la temperatura, ma fanno parte del conflitto fra ideologie…. Questa dottrina non è scientifica, né un concetto monolitico, ma una cascata di argomenti collegati fra di loro alla meglio, che pertanto non si possono sottoporre a una seria analisi da parte della scienza.”[1]

Non ho motivo di cambiare questa mia affermazione di sette anni fa. È ancora valida e riflette la sostanza dei miei punti di vista su questo argomento. Non si può portare come argomento l’estate calda di quest’anno in  Europa, anche se alcune persone lo fanno.  Qualcosa, però, è successo. Non nella natura, ma nella società.

I clima-allarmisti hanno lanciato una grande offensive per presentare e promuovere i loro scenari catastrofici, mentre la maggiorana silenziosa, le persone normali e di buonsenso, si sono ritrovati sulla difensiva. Entrambi I contendenti di questa battaglia ideologica mostrano delle caratteristiche che conosciamo bene. Lo sfondo è semplice: da una parte abbiamo il radicalismo, il populismo, l’irrazionalità, l’apriorismo, gli argomenti superficiali, i monologhi e i cliché ideologici, dall’altra il buon senso, l’atteggiamento prudente e giudizioso di persone adulte e mature, la saggezza, la razionalità, la fiducia nel dialogo, il pensiero critico, l’ipersensibilità e lo scetticismo rispetto alle ideologie di moda. Io sono convinto di non esagerare nel descrivere così la situazione. La disputa non riguarda la temperatura, la disputa riguarda il cambiamento radicale della società umana, del nostro modo di vivere, della nostra libertà, che una delle parti in gioco esige ed è pronta a imporci.    

Questo dibattito non ci è nuovo. Ci è sembrato diverse volte negli ultimi anni che gli attivisti della dottrina quasi-religiosa dell’allarmismo climatico fossero battuti in ritirata, che si fossero stancati, che avessero cominciato a rispettare l’insostenibilità delle loro argomentazione, che sia le teorie scientifiche che i dati  statistici avessero provato a tutti che la dottrina del riscaldamento globale – basato sulla semplice relazione fra le emissioni antropogeniche della CO2 e la temperature globale– fosse quasi morta. Sembrava comprovata e sufficientemente apodittica  la mancanza di serietà da parte di persone come Al Gore, Rajendra Pachauri, Nicolas Stern, ecc. E invece no, non è così. La dottrina IPCC purtroppo è ancora viva. Ed è impossibile minarla citando le centinaia di articoli che si contrappongono all’ arrogante affermazione secondo cui “la scienza è definitiva” da parte di coloro che disseminano aggressivamente in tutto il mondo l’allarmismo del cambiamento climatico dell’IPCC.

Un riassunto tipico delle posizioni contrapposte è stato presentato dal NIPCC (Nongovernmental International Panel on Climate Change). Questa organizzazione ha pubblicato quest’anno il suo quinto volume della serie Riconsiderare il cambiamento climatico con il titolo “Riconsiderare il cambiamento climatico II: I combustibili fossili”[2] che, come sottolineano gli autori stessi all’inizio, “si concentra sulle ricerche trascurate o ignorate dall’IPCC” (p. 1, Summary for Policymakers). Essi sollevano molti dubbi e controargomenti e criticano i modelli climatici usati dalla comunità di scienziati Onu: “essi predicono più riscaldamento di quanto si sia effettivamente prodotto o sia probabile che si produca in futuro. Proiettano sul passato il doppio del riscaldamento dal 1979 al 2016 di quanto si sia veramente prodotto” (p. 3). Queste sono obiezioni fondamentali per me, che ho dedicato degli anni a costruire dei modelli econometrici, i quali sono per natura simili ai modelli climatici.

Mentre stavo stendendo la versione definitive di questo mio discorso, ho ricevuto un articolo[3] scritto dall’ex-revisore ufficiale tedesco dell’IPCC, Peter Dietze. Nel suo testo egli difende la decisione del Presidente Trump di ritirarsi dal Trattato sul clima di Parigi argomentando che –  una volta considerati tutti i fattori coinvolti, spesso ignorati dall’IPCC - il raddoppio delle emissioni di CO2 porterà a un aumento della temperature di soli 0,6o C. Secondo me c’è una sola conclusione significativa: che la scienza è tutt’altro che definitiva e apportare dei cambiamenti fondamentali all’economia mondiale, especialmente nel settore dell’energia – sulla base di posizioni scientifiche non definitive – è un errore puerile.

Naturalmente ci eravamo sbagliati nel ritenere che l’attivismo scientifico si sarebbe fermato. Oggi, nell’estate del 2019, particolarmente in Europa – in paesi come la Germania, la Svezia o la Repubbilca Ceca – vediamo tutti molto chiaramente che è stato sovvertito il vecchio equilibrio che aveva dominato per anni fra il flusso di discorsi e articoli a sostegno di questa dottrina allarmista e quelli che invece la rigettano. Nella contesa, la propaganda radicale della dottrina dell’allarmismo climatico ha trionfato.

Senza alcuna nuova scoperta scientifica, ipotesi o teoria, senza alcun trend che dimostri dei dati statistici, assistiamo a una nuova ondata di annunci radicali che proclamano l’imminenza dell’apocalisse. Assistiamo a concessioni inaudite e incredibili fatte ad un’attivista sedicenne da parte di politici adulti, accademici rispettati, giornalisti normalmente arroganti, uomini d’affarsi sicuri di sé. Un’ingenua ragazzina  svedese si mette a insegnare alle generazioni che l’hanno preceduta ed essi fanno finta di accettarlo.

Gli studenti delle scuole superiori di tutta Europa, compreso nel mio  Paese, che fino a poco tempo fa era rimasto piuttosto scettico, organizzano i Fridays for Future e disertano la scuola. Un leader ceco di questo movimento ha annunciato che ritiene “inutile dotarsi di un’istruzione per il suo futuro perché non è chiaro se a causa dei cambiamenti climatici un qualche tipo di futuro ci sarà”. Temo che l’irrazionalità stia cominciando a dominare il modo di pensare più o meno razionale che una volta era preminente nella storia dell’umanità.

L’attuale grado di irrazionalità è – come fenomeno sociale (e di massa) –inedito. Noi che abbiamo fatto esperienza del comunismo ricordiamo che – da scolari – solevamo ridere del vecchio slogan comunista che recitava “noi comandiamo al vento come soffiare e alla pioggia come cadere”. I nostri insegnanti, 60-70 anni fa, non ci provavano nemmeno a difendere questo slogan. Sapevano benissimo che era una sciocchezza, solo propaganda comunista. Invece gli insegnanti di oggi – in epoca di politicamente corretto e relativi metodi del tutto antidemocratici di bloccare i punti di vista “scorretti” – non osano neppure aprire bocca oppure (il che è peggio) si mettono anche loro a sostenere il clima-allarmismo.

A volte la gente si può sbagliare, la storia della scienza lo comprova. Ma in passato la diffusione delle idee e ideologie sia razionali che assurde era molto più lenta. Gli scienziati e I loro compagni di viaggio non avevano internet, facebook e twitter e non erano in grado di allestire una comunità di lobbying così potente come ora. Il Sistema politico non è mai stato così aperto alle idee irrazionali. Ci troviamo davanti a una psicosi non-spontanea che è un fenomeno del tutto nuovo. Oggi è organizzato e politicamente appoggiato.

Gli ideologhi di questa nuova religione amano usare le parole forti e noi dobbiamo reagire allo stesso modo. Altrimenti non riusciremo a farci sentire. Ci considerano i negazionisti del cambiamento climatico nonostante il fatto che ci basiamo esplicitamente sull’assunto (comprovato dall’evidenza storica) che il clima è sempre cambiato. Noi non vediamo il clima attuale (e il suo cambiamento) come qualcosa di speciale. Sono loro quelli che negano i cambiamenti climatici. Essi prendono la temperatura media (e il clima medio) dei primi sei-sette decenni del secolo scorso come benchmark fisso che dovremmo essere costretti a seguire a qualunque costo. Questo è un approccio anti-storico e anti-scientifico.

Guardarsi indietro e studiare il passato è importante. Concordo con Petr Vaníček, professore canadese di geofisica all’Università di New Brunswick, sul fatto che “la natura è capace di far mutare il clima in modo molto più significativo di qualunque cosa si sia vista negli ultimi 200 anni di cui si è detto che l’attività dell’uomo avrebbe provocato una differenza così enorme.”[4] Questa sì che è un’affermazione razionale per noi, che crediamo al cambiamento climatico.

Nel discorso che tenni qui due anni fa, toccai l’argomento della “Scienza nell’epoca della post-democrazia”[5]. Questa situazione politica conduce alla “perdita di un libero scambio di vedute e del rispetto più elementare per le diverse opinioni, oltre che per ogni tipo di autorità” (p. 2).  Sostenni che il numero sempre crescente di libri ed articoli scientifici che vediamo intorno a noi “cela un alto grado di conformismo intellettuale (che per secoli non si mai era visto), la monocultura intellettuale post-moderna, e perfino l’emergere di un mondo mono-ideologico” (p. 3). Menzionai anche “l’istinto di gregge degli scienziati e il loro conformismo”. A causa di ciò, spesso essi “aiutano a promuovere mete politiche che potrebbero non far parte della loro agenda originaria” (p. 5). Tutto ciò si trova nel dibattito sul riscaldamento globale.

Dobbiamo attendere che ritornino i partiti politici standard, definiti ideologicamente, i quali si spera inizino un discorso politico razionale. Questo discorso potrà persuadere la maggioranza silenziosa che “è insostenibile presumere che la piccolo porzione di anidride carbonica che esiste nell’atmosfera della Terra (0.04) possa essere la causa primaria e il motore principale del riscaldamento dai tempi della Piccola Glaciazione” (5, p. 6).

C’è il rischio, e un’alta probabilità, che i politici distruggano il mondo come noi lo conosciamo. Nel suo discorso a Strasburgo[6], la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto esplicitamente che vuole che “l’Europa diventi il primo continente clima-neutrale del mondo entro il 2050.” Ella vuole ridurre le emissioni di CO2 del 50 % entro dieci anni, vuole promuovere “una Green Deal per l’Europa” oltre alla “Legge europea del clima”. Fino a qualche anno fa queste idee sarebbero state inimmaginabili perfino nella sua stessa Germania, e adesso sotto la sua guida possono diventare la sostanza della “Nuova UE”.

Gli scienziati ad Erice (e in tutto il mondo) dovrebbero farsi sentire prima che sia troppo tardi.

 
Václav Klaus, Presentation at the 52nd Seminar on Planetary Emergencies, World Federation of Scientists, Erice, Italy, 20. 8. 2019
 


[1] Klaus, V., The Man-made Contribution to Ongoing Global Warming Is Not a Planetary Emergency, Erice, 2012, https://www.klaus.cz/clanky/3165

[2] NIPCC, Climate Change Reconsidered II: Fossil Fuels, The Heartland Institute, Arlington Heights, USA, 2019. http://climatechangereconsidered.org/wp-content/uploads/2018/12/Front-Matter.pdf

[3] Dietze, P., Wie gross ist eigentlich der CO2-Klimaeinfluss?, Fusion, No. 2/2018.

[4] Vaníček, P., Why I am skeptic when it comes to man-made climate change, IVK, Prague, 2019, forthcoming.

[5] Klaus, V., Science in the Age of Post-Democracy: A Few Tentative Remarks, Erice, 2017, https://www.klaus.cz/clanky/4153

[6] Ursula von der Leyen, Opening Statement in the European Parliament Plenary Session, Strasbourg, July 16, 2019.

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